17 April 2013

C'era una volta un burnout

Quando ho postato il primo post del ripostiglio ero un po' titubante. Leggo sempre con partecipazione le storie degli altri, ma si sa gli altri sono altri, le storie proprie sono un'altra cosa. Contano meno. E finisce che la timidezza, l'insicurezza ...l'idiozia.... ci ammutoliscano. Certo che si racconta soprattutto per sè, per fare chiarezza, per metabolizzare e "purificarsi". Però sapere che attraverso il racconto di sè si può fare un cammino insieme ad altri aiuta. Incoraggia alla condivisione.
E quindi devo ringraziare le persone che mi hanno scritto dicendomi che capivano. Che pure loro. Che avevano voglia di un confronto, perchè -chissà- leggere la mia storia potrebbe fare loro bene. Mi hanno dato il coraggio ed un motivo in più per raccontare. Ecco perchè provo a continuare.

La mia storia non è esattamente di burnout. O per lo meno non soltanto. Ci è però passata attraverso.
Il burnout è stata una comparsa che ha aiutato il personaggio principale a chiedere aiuto. Guardando indietro la strada percorsa posso dire con cognizione di causa che ne aveva un gran bisogno.



Riemergere dal burnout

Era fine 2009 inizio 2010, sul lavoro mi stavano dando parecchia fiducia, molta più di quanta io credessi di meritare. Mi spronavano, mi supportavano. Era tutto un sottolinearmi: guarda che stai facendo bene e puoi arrivare molto più lontano se vuoi, devi solo crederci.


Io intanto bevevo la vita a grandi sorsi. Ero a dir poco energetica, dicevo che mi sentivo atomica, così mi ero iscritta a milioni di corsi: olandese,  cucito, due corsi di teatro e persino un corso universitario, insegnato in lingua olandese. Praticamente quello che non avevo mai osato nella vita, tutto in una volta. Lavoravo ben più di otto ore al giorno e poi quasi ogni sera avevo un corso, a volte due. Poi avevo anche da studiare. Quindi praticamente zero tempo per la socialità al di fuori delle mura dei corsi. Folle. A ripensarci mi domando com'è che nessuno mi abbia preso in un angolo a ragionare. Che non era davvero pensabile.

Non ricordo esattamente come sono crollate le cose. Ricordo però alcuni episodi. Per esempio ricordo che era maggio quando feci un brutto errore. Mi parve molto grave, solo perchè era una delle prime volte che prendevo certe responsabilità. Una questione di un ordine di duemila euro che avevo sbagliato a  fare. Tutto ancora recuperabile, con un po' di pazienza e faccia tosta con la compagnia a cui l'avevo fatto. Infatti ce la feci anche, senza perdite economiche per il gruppo. Però intanto -e mi pare assurdo ripensarci- io non ci dormivo la notte. E vivevo la cosa con una dose di ansia che non era per niente giustificata. Il fatto è che non accettavo l'idea di aver sbagliato. Che stronzata immane ora che ci ripenso a cuore forte. Povera me e a quanto ero intransigente con me stessa.

Intanto una sorta di circolo vizioso si era innescato. Non avevo tempo perchè ero impegnata in mille cose ed ero troppo orgogliosa per mollarle a metà. Non dormivo bene perchè ero in preda all'ansia. Ero sempre più nervosa perchè non dormivo e non avevo tempo. Lavoravo male, per forza. E mi sembrava di non fare altro che errori. Non riuscivo a prendere distacco, a staccare la spina, a dire ora basta.

Il burnout è una minaccia soprattutto per le persone che svolgono professioni di aiuto e cura. Quelle persone sempre all'erta, che non possono permettersi di staccare in quanto dal loro lavoro dipende il benessere di qualcuno.

Io coltivavo e studiavo lieviti. Quelli bellini che ci fanno la birra, il pane, il vino. Direi un'eresia dicendo che la mia era una professione di cura. E però per una persona con difficoltà a staccare di suo, dover stare lì a badare agli esserini, che certo non stavano ad aspettare i tuoi comodi se all'improvviso, nel mezzo di un esperimento, dicevi sono un po' stanchina, mi fermo qui e riprendo domani. Non sempre era possibile fermarsi, senza buttare all'aria il lavoro di giorni e giorni precedenti. Il fatto è che io ero davvero tanto stanca. E facevo un errore dietro l'altro. Però non riuscivo a fermarmi. Andavo avanti e allo stesso tempo cercavo di riparare agli errori. Non mi fermavo mai e intanto continuavo a logorarmi.

I miei superiori inizialmente non si sono resi conto. Sembrava andare tutto bene. Anzi sembravo progredire e c'erano risultati interessanti. A costo di una fatica immane però. Persino alla fine quando davvero non ce la facevo più e loro avevano capito che dovevo fermarmi, mi dicevano che ero troppo dura con me stessa e che stavo comunque funzionando. Sarà. A me pareva che tutto fosse un disastro e cominciavo a rendermi conto che dovevo fare qualcosa, ma allo stesso tempo facevo fatica a prendermi l'aiuto che mi si offriva.

Il problema era tutto nella mia testa. E' vero che di risultati ne portavo ma di fatto ero ormai entrata in un loop. Il meccanismo della vita a pieni sorsi si era rotto e io non me lo perdonavo. Non dormivo in preda all'ansia. La mia famiglia mi tormentava con le sue faticose presenze e le assenze assordanti. Molto probabilmente ero in fuga. Mi assorbivo in una realtà tutta fatta di lavoro, perchè non volevo vedere il resto. Facevo delle difficoltà sul lavoro il mio problema principale.
La mia mente era oggettivamente fissa sul lavoro quando son cominciati ad arrivare gli attacchi di panico. Il fatto è che non volevo focalizzare la mente sul resto. Ma il mio essere era comunque zuppo di tutto il resto.

C'è voluto un po' di tempo per uscirne fuori. Ho avuto bisogno di aiuto e per fortuna me ne è stato offerto relativamente presto ed in maniera efficace. Lentamente ho intrapreso un cammino che a ripensarci sembrava di avere a che fare con  una matrioska. Mi sono trovata ad interpellare una persona via l'altra, ognuna ad un certo punto si faceva da parte e mi diceva ecco tu hai bisogno di quest'altra persona. E la matrioska andava avanti.... intanto già alla prima bambolina io avevo intrapreso il cammino.


La storia non è finita e dovrebbe continuare.....

Questo post appartiene alla serie che ho chiamato il ripostiglio  che è un gioco di parole: ri-post-iglio. E anche RIP-ost-IGLIO. E anche per contrasto. Se nel ripostiglio ci si ficca tutte quelle cose che non servono ora o non servono mai, qui invece voglio raccogliere le cose che vorrei sempre con me. O anche che vorrei con me in un altro modo, perchè così come sono non va bene, non mi fanno bene.

16 comments:

  1. Ti dico solo che ho letto il tuo post tutto d'un fiato. Poi l'ho riletto, piano e ora penso ...
    Grazie per averlo scritto.
    Davvero.
    un abbraccio grande

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    1. Grazie a te e di cuore.
      Mi rendo conto che.. sì certo che credevo e credo nel potere della scrittura... però in realtà me l'ero dimenticato com'è quando si mette giù le cose che si hanno dentro. Riuscire a vederle fuori, anche se non in toto... fanno meno paura.

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  2. Non conoscevo questa sindrome. O meglio, la conoscevo ma non sapevo che si chiamasse così. Ho svolto per 5 anni circa la mia mansione amministrativa presso i Servizi Sociali del Comune della mia città. Purtroppo, il limite tra le competenze amministrative e la disponibilità all'ascolto in luoghi dove la gente ha bisogno di cura, sono molto labili. Spesso non si è formati ad accogliere le istanze che sono ben più complesse dalle pure pratiche amministrative. Mi sono ritrovata così ad accogliere ed ascoltare, donne maltrattate, famiflie a cui i giudici avevano tolto i figli, persone disagiate economicamente. E forse perchè sono una persona empatica o forse sensibile molti riversavano in me i loro problemi. E dai a dirgli che non ero un assistente sociale! se sei in front office in luoghi del genere non puoi, non puoi, arroccarti sulle tue posizioni. Per lavori di un certo tipo credo che sia fondamentale avere la giusta formazione per arginare il volume della disperazione degli altri e riuscire a non farsi fagocitare.
    Io ho chiesto il trasferimento in un'altra direzione perchè non riuscivo più a "dare" a svolgere con serenità il mio lavoro, schiacciata dalle preoccupazioni altrui.
    Grazie per avermi fatto riflettere.
    Raffaella

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    1. >Per lavori di un certo tipo credo che sia fondamentale avere la giusta formazione per arginare il volume della disperazione degli altri e riuscire a non farsi fagocitare.

      proprio così.
      Immagino la difficoltà che hai incontrato e capisco le motivazioni che ti hanno spinta a chiedere il traferimento.

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  3. ciao!
    sono contenta che stai raccontando tutto e che lo condividi.
    io più o meno ho avuto una crisi simile, perchè volevo/dovevo essere perfetta. Non chiedere mai aiuto, fare tutto da me.
    Poi mi sono ammalata, seriamente.
    E lì ho iniziato, grazie anche ad una persona che mi ha aiutato parecchio, a rivedere le mie convinzioni. Ad accorgermi di quello che facevo!
    E ora posso dire che adoro le mie imperfezioni, che le persone che vogliono essere perfette alla fine sono pure un po' antipatiche, e che AMO essere ciò che sono. Totalmente.
    un bacione e grazie per condividere la tua esperienza. Fa bene anche a chi legge :-*

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    1. Ti ringrazio tanto LaChan, per avermi incoraggiata prima e adesso. Perchè mi ha fatto bene formalizzare, come dicevo a Francesca più su. NOn so finoa che punto riuscirò a raccontare, se riuscirò a scendere a patti con certi pudori. Che forse sono sterili, però insomma sono lì.
      ANche io come dici tu: mi sono riconciliata con le mie imperfezioni. Alcune una volta che ci ho fatto pace si sono pure magicamente *calmate*, come se non fosse l'imperfezione il vero problema, ma tutta la caciara che ci facevo intorno.

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    2. sono d'accordo con te. Li problema spesso è inesistente, dipende da quanta importanza gli diamo noi.
      E proprio oggi ne ho avuto conferma.
      un bacione

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  4. Grazie per questo post. Grazie per esserti aperta prima che con noi, con te stessa! Un bacio

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  5. Anch'io ho avuto un tracollo psicofisico per eccesso di impegno di cura, il classico burnout.
    Si devono accettare i propri limiti, la possibilità di fare errori (pensando anche che forse qualcun altro li potrà correggere, non noi obbligatoriamente) e ci si deve convincere che, se non faremo noi quella cosa, ci sarà un altro che la potrà fare, non siamo indispensabili e non possiamo tenere tutto sotto controllo. Si deve pretendere meno da noi stessi.
    Sono guarita cambiando molto del mio tipo di vita, grazie al cielo la situazione mi ha permesso di farlo.
    Quando ne sono uscita mi è sembrato che un peso enorme mi fosse scivolato via dalle spalle e che per anni avessi vissuto completamente piegata sotto tanto peso senza essermene mai resa conto.

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    1. Proprio così. Il mio percorso è stato simile e soprattutto segnato dal fatto che sono stata aiutata a focalizzare la mente làddove c'era la vera sofferenza. E a capire perchè tutto doveva essere così perfetto. Il lavoro era il mio caprio espiatorio.

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    2. fantastico! Leggerti è come vedere me stessa allo specchio. Grazie!!!
      non sai quanto mi stai aiutando
      un bacione

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  6. Grazie per aver scritto questo capitolo della tua vita - e per averlo descritto così bene e in modo così sincero.
    Ho capito benissimo di cosa parli perchè è un problema che, purtroppo, vedo in alcune care amiche. Per quanto mi riguarda non sono una incapace di staccare la spina, nè una che rischia di donarsi troppo agli altri, ma non vuole dire granchè, perchè naturalmente ho altri difetti e debolezze, talvolta penosi, spesso tali da vergognarsi a parlarne.
    Eppure, come scrivi tu all'inizio del post, credo nell'importanza della condivisione (anche solo con l'etere) anche dei momenti no, per ricordarci che tutti siamo fragili, abbiamo paura e facciamo errori. E allo stesso tempo che è possibile rialzarsi da qualsiasi batosta

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    1. Grazie a te per avermi lasciato un segno del tuo passaggio! Chissà mi incoraggi a proseguire la storia.

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  7. Leggo con grande ritardo ma lo stesso vorrei lasciare un segno del mio passaggio. Come sai questo argomento mi tocca da vicino, e mi da da pensare questa cosa che dici, che ha molto senso, che il burn-out colpisce soprattutto le persone che svolgono professioni di aiuto e cura. Perché non è veramente il mio caso e mi viene da chiedermi allora che cosa mi abbia spinta "contro il muro", come si dice in svedese. Forse è che il senso di responsabilità lo sentiamo anche per cose molto poco importanti - un po' come l'esempio che fai dell'ordine da duemila euro. Roba per la quale non muore nessuno, eppure. O forse anche solo questo, che non ci permettiamo di sbagliare. Ecco, mi ritrovo soprattutto in questo, nel pensare di star facendo madornali errori continuamente, e più si allunga la fila degli errori imperdonabili che pensiamo di aver fatto, più finiamo col commetterne...Infine, condivido molto quest'altra affermazione, che alla fine il lavoro è il nostro capro espiatorio. Anche se averlo capito non rende la mia vita e il mio percorso tanto più facile! Leggere post come questi aiuta a confrontarmi anche con queste difficili parti di me, la mia personale matrioska :)

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    1. spinta "contro il muro", è un'espressione molto interessante.

      mi fa sempre molto piacere trovare uns egno in post passati, soprattutto se sono così importanti come questo. Grazie!

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Io lo so cosa stai pensando.
Lo scrivo, non lo scrivo, quasi quasi lo scrivo. Ma no dai...
E' lo stesso che penso anche io quasi ogni volta.
Ma tu prova, prova a lasciare una traccia.
Non sarà invano.

Prova pro-pro-prova