22 December 2013

vino e spumante a natale

Era fine maggio-inizi giugno. Pisti aveva quasi quattro mesi, lui, mio padre, era in visita nel paesello medievale. La mia scusa per convincerlo a venire era che Pisti iniziava il nido ed io a lavorare e che quindi una mano ci avrebbe fatto comodo. Non che non gli facesse piacere venire. Anche lui, come me, adorava il paesello medievale. Usciva di casa al mattino per prendere il giornale. Con 10 minuti appena di passeggiata tra i canali era all'edicola del centro che aveva i giornali internazionali.
Andava a fare la spesa nel piccolo supermercato sotto casa, poi ogni giorno esplorava una viuzza nuova, lungo i canali. Gli piaceva quella dimensione. Deve essersi detto: questo è il paradiso. Il fatto che ad un certo punto avesse lasciato la sua schiuma da barba, il colluttorio e si fosse comprato una tuta e delle ciabatte da lasciare nel cassetto dedicato a lui, nella casa in Fockstraat, la diceva lunga. Il messaggio era arrivato a destinazione: se voi mi invitate io verrò con gioia a passeggiare tra i canali e darvi una mano.


Indossavamo le giacche autunnali in quei giorni di fine maggio, come ogni primavera olandese che si rispetti faceva fresco e minacciava costantemente pioggia. Eppure quel giorno, mentre passeggiavamo, scoppiò un caldo improvviso, che sorprese noi e le nostre giacche pesanti. Tornammo a casa accaldati, io bevvi acqua, lui il suo te quotidiano, sorseggiato a tutte le ore. E alternato al jack daniels. Per fortuna in visita da noi nel paesino medievale limitava gli alcolici ai pasti. O almeno credo. Certo perseverava nella sua ostinazione di non pranzare nè fare colazione. Un solo pasto al giorno, a sera, e litri di te poco zuccherato, tutto il santo giorno. Un'abitudine che aveva da più di trent'anni, iniziata nei suoi primi anni di lavoro, per non perdere tempo col pranzo. Negli ultimi anni si erano aggiunte dosi sempre più massicce di superalcolici. A tutte le ore del giorno.


Quel pomeriggio eravamo nel soggiorno-cucina, era tornato anche il chercheur che ci aveva salutato ed era andato su a fare la doccia. Ci mettiamo a preparare la cena. Lui è ai fornelli, con una mano gira il sugo, nell'altro braccio tiene Pisti. Scuoto la testa, vado a recuperare Pistacchio dalle sue braccia. Cerco di essere calma e serena mentre gli dico che non è molto sicuro tenere il bimbo vicino ai fornelli. Tra me e me penso che non lo so mica se mi sta dando una mano o se piuttosto sta complicandomi la vita. Comuqnue sono contenta che sia lì. Da quando Lei se ne è andata ho potuto provare a recuperare il nostro legame. Quello di quando ero bambina, che a ricordarlo sembra la vita di un'altra persona, non la mia. 


Dopo pochi minuti lo vedo seduto al tavolo. E' pallido e un po' troppo immobile, davanti a lui l'immancabile tazza di te. Gli chiedo seè tutto a posto. Mi dice che non si sente molto bene. Mi allarmo. Se mio padre, che non si lamenta mai di niente, dice che non si sente bene, la cosa è seria. Vado a mettere Pistacchio nella sdraietta posata sul tappeto. Non faccio che sistemarlo, mi giro e vedo mio padre grigio, il volto ha preso un'espressione indicibile, una non-espressione in realtà. Si sta accasciando di lato, io quella non-espressione l'ho vista solo una volta in vita mia. Penso semplicemente che è morto. Grido con tutto il fiato che ho in corpo il nome del chercheur che in quel preciso momento forse è sotto la doccia. Grido e penso che non mi sentirà mai. Mentre urlo, scatto a sostenere mio padre, un secondo dopo comincia a vomitare una roba nera (sangue?). Per quanto forse sia allarmante, invece mi rincuora, penso che se sta vomitando non può essere morto. Non so se poi è proprio così, ma quel pensiero in quel momento scaccia il mantra tetro che mi martellava in cuore E' morto anche lui. E' morto. Mentre io sostengo mio padre, il chercheur chiama l'ambulanza e va a rassicurare Pistacchio, che, lui, piccolo angelo, non ha battuto ciglio e anzi continua a sorridere al nonno.

Poi non ricordo bene. Riprende conoscenza, lo facciamo sdraiare sul divano, arriva molto rapidamente l'ambulanza. Gli fanno delle domande. Lo fanno cambiare. La cosa mi aveva stupita. MIo padre appena collassato adesso è nudo nel mio soggiorno, si infila pantaloni e maglietta puliti. Ci caricano entrambi in ambulanza. Andiamo in ospedale

Passerà la notte lì in osservazione. Accanto a lui una donna picchiata dal marito, per quel che riesco a capire dei brandelli di conversazione che il mio olandese riesce a captare. 

La mattina dopo accompagno Pisti al suo primo giorno di adattamento al nido (!?). Ricordo quando avevo chiesto deglutendo. 
Ma come? E io non resto con lui la prima volta? 
Signora l'adattamento è per lui, non per lei.... 
Batavi...

Lascio Pisti e vado in ospedale. Gli faranno una gastroscopia. Lo accompagno, questione di tradurre per lui e ritradurre per loro il suo inglese un po' scarno.  Il dottore mi dice che devo aspettare fuori, ma di non andare via. GLi faranno un'anestesia che durerà un breve lasso di tempo, si sveglierà, ma sarà confuso e non ricorderà niente, meglio che resti nei paragi per rassicurarlo.


Aspetto. Finchè mi richiamano dentro. Il dottore mi dice che non è nulla di grave, ci sono delle ulcere, hanno preso delle biopsie e stanno facendo delle analisi, ma molto probabilmente non c'è nulla di grave. RAcconto al dottore delle abitudini alimentari di mio padre: digiuni prolungati, parecchio te e soprattutto molto alcol. Non credo di dovregli strizzare l'occhio per cercare una certa complicità, mi pare ovvio che gli farà una ramanzina, gli dirà di darsi una regolata, gli farà prendere almeno un piccolo spavento. Intanto mio apdre si è svegliato. Il dottore gli fa il riassunto. Io ricalco, sa il digiuno, il te, l'alcol.  Quell'idiota dice che nulla di tutto questo è correlato con l'ulcera. Che non c'è nessun problema e può continuare a mangaire e bere quel che vuole. Sono sbalordita. Non dico più nulla.


Ci mandano in un reparto, mio padre sonnecchia, poi riapre gli occhi ed è disorientato, mi chiede dove siamo, cosa è successo. Gli chiedo cosa si ricorda. Non ricorda nulla dell'esame, non ricorda niente del medico. Gli dico dell'esito, ha delle ulcere. Il dottore ha detto che devi assolutamente mangiare almeno 3 volte al giorno, limitare il te e soprattutto gli alcolici.


Ma nulla di questo è stato convincente per lui. Quella sera stessa ci scherzava su. Cosa che in sè non era neppure male. E' stato quando ha preso il vino dalla dispensa che sono esplosa.


A piangere.
E inveire contro di lui.
Papà smettila di scherzare...
 io ti ho visto morto.
Inveivo dell'altro che non ricordo, che se voleva continuare a farsi del male liberissimo, ma che io non volevo stare lì a guardare. Che lo facesse da solo, lontano dai miei occhi. Una cosa così.


Credo che mio padre mi voglia molto bene, e credo che abbia avuto pietà del terrore che ha sentito nella mia voce.  Dal giorno successivo non solo ha fatto colazione, pranzo e cena tutti i giorni, ha eliminato te e caffè, ma soprattutto non ha più toccato un bicchiere di vino o altri alcolici, se non in rare occasioni poche gocce di cortesia. Incredula ho domandato a chiunque si fosse seduto alla sua tavola se la cosa non fosse limitata alla mia presenza. Pare di no. A meno che non abbia sgarrato in solitudine, questo non posso saperlo.


Quel giorno ho mentito a mio padre e non me ne sono pentita neppure un minuto. Dopo avere mentito ho lasciato che vedesse il mio terrore, senza filtri. Mio padre da allora è diventato un uomo migliore. A poco a poco, passo dopo passo. Non è più l'uomo che era. Non è questa la sola ragione. Quella più grande è che ora è un uomo libero.


L'altra sera ci ha mandato una mail. L'oggetto era vino e spumante a natale. Era contento di farci sapere che le sue ulcere sono sparite e che il suo divieto sugli alcolici è stato rimosso dal dottore che gli ha fatto la gastroscopia.


Non ho provato gioia. AL contrario. Ho pensato che uno di noi avrebbe dovuto accompagnarlo e confabulare, di nuovo, col dottore o senza, nello spazio di memoria labile del dopo-gastroscopia.  Per preservare quell'uomo nuovo e difenderlo da quello che fu. 


Alcolizzati, si chiamano, quelli come mio padre fu.

13 comments:

  1. Purtroppo ho un caro parente in una situazione simile, uno che non diresti mai il tipo da rifugiarsi nell'alcool invece tant'è. Come è triste saperli così schiavi e com'è difficile per loro liberarsi... spero che il tuo papà riesca a limitare gli alcolici anche se so che saresti più tranquilla se si astenesse proprio

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  2. C'è un momento, senza che ce ne accorgiamo, che i nostri genitori pur rimandendo tali perdono quella funzione di protezione che avevano nei nostri confronti e la assumiamo noi, anche se solo dal punto di vista del pensiero e dell'approccio.
    Anche io avrei sicuramente detto quella piccola bugia per il suo bene..

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    1. non credo che me ne pentirò mai :)

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  3. ho poca dimestichezza con il mondo dei blog ma volevo dirti che i tuoi racconti sono intensi e mi commuovono. ammiro il tuo coraggio e la tua sensibilità.

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    1. e io ti ringrazio mille e mille volte di avermi lasciato questo incoraggiamento. Perchè è quello che è: mi da forza e coraggio e ne ho un gran bisogno. Per raccontare. Perchè mi fa un gran bene.
      Mi piacerebbe tanto sapere il tuo nome, anche 'finto', così se torni so che sei tu. E sarò felice :)

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    2. La tua risposta mi incoraggia a espormi in questo spazio. Sono Meg e attenta xche potrei tornare spesso dato che io sono rapita dalle persone che sanno raccontarsi come fai tu. Complimenti davvero! Un bacio

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  4. Ho appena vissuto lo stesso identico episodio 5 ore con mia nonna, le parole 'e' morta' che mi rimbombavano nella testa..poi si e' ripresa. Per lei la causa e' stata solo l'eta', voi che potete proteggete il papa' da se stesso, mentite mentite mentite senza remore ne' sensi di colpa!!!

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    1. un augurio alla nonna!
      nessun senso di colpa, davvero!

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  5. quanto amore ho visto in qs post. in te, il lui. si solo tanto immenso amore.

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  6. Io mi commuovo e ti abbraccio!

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    1. no dai che poi mi commuovo anche io....
      abbraccissimo a te!

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Io lo so cosa stai pensando.
Lo scrivo, non lo scrivo, quasi quasi lo scrivo. Ma no dai...
E' lo stesso che penso anche io quasi ogni volta.
Ma tu prova, prova a lasciare una traccia.
Non sarà invano.

Prova pro-pro-prova