25 April 2014

Gare de Lyon

una partirà in tarda serata dal nord della Francia, dal paese des Ch'tis, dove lq gente é dqvvero deliziosa! Lei é colei che in questo blog é stata chiamata la "dottoranda portoghese", una potenza della natura, tutto pepe, pochi fronzoli, tanta gioia di vivere, poche menate nonostante certe batoste che la vita deve averle riservato. Lo si intuisce, tra le righe, mentre lei inneggia alla vita e alle cose belle. Di se stessa dice che é vanesia. Che è vero, ma é anche e soprattutto una persona dalla rara rarissima capacità di esserci sempre, comunque, sempre e comunque. Mica una cosa comune

Le altre due, dette Minuta e Spilunga, partiranno tra poco dal paese olandico dove ancora vivono (...sospiro...) in due città divise da appena 15 minuti di treno. Si sono conosciute nell'accademia del paesello medievale, come tutte, solo che loro due hanno avuto i loro bravi scontri, accademici, appunto, che hanno rischiato di compromettere quel meraviglioso cameratismo che si era creato tra  tutte. Senza di loro in armonia niente sarebbe più stato lo stesso. Non ringraziero' mai abbastanza la buona stella che le guida, sono state brave a superare gli screzi, perché sono due persone eccezionali. E grazie alla loro eccezionalità il gruppetto é ancora li', diviso dalla geografia, riunito a volte, non sempre, da uazzap, pronto per ricongiungersi un'altra volta e poi ancora di nuovo.

La quarta e ultima, quella mamma, partirà dal sud della Francia alle 18.24. E non sta nella pelle per l'emozione. Di un viaggio in treno, di paesaggio che scorre, di tempo per pensare, magari scrivere. Di cuore per parlare, ascoltare, meravigliarsi, emozionarsi insieme.



Tre si incontreranno sul treno e arriveranno alla gare du Nord, l'altra, eccola, arriverà in gare de Lyon e dopo 15 minuti di passeggiata parigina le incontrerà nell'appartamento che hanno affittato per l'occasione. 

 
Si erano viste l'ultima volta tutte insieme a febbraio del 2013, quella dal sud della Francia  era stata svezzata da poche settimane. In appena una settimana quel Pistacchietto la aveva guidata anche abbastanza rapidamente dalla tetta al biberon only.
Quella mamma là era rimasta inebetita dalla facilità con cui il suo pargolo aveva fatto il passo. Estasiata, meravigliata, fiera di lui e immensamente triste per la fine di un'era meravigliosa, di quel contatto celestiale. Aveva pianto molto, al sienzio, in un angolo buio e solitario. Poi si era detta questo é un segno: "mamma sono pronto a restare lontano da te: puoi andare, io resto con papà". Quella mamma aveva chiamato le amichette olandiche e  aveva detto loro "eccomi, arrivo, atterro a fine febbraio e corro da voi". Perché mi mancate da morire. Tre giorni memorabili di chiacchiere, complicità, in casa di una e dell'altra e poi in un albergo nel centro di Amsterdam, senza davvero il bisogno di mettere il naso fuori.

La meteo prevede pioggia per tutto il week end, ma a quella che verrà dal sud della Francia non importa neanche un po'. Pioverà fuori, sarà primavera tra i nostri racconti, nella gioia di essere tutte vicine di nuovo. Sarà bellissimo.


Sarà bellissimo e anche un po' pericoloso. Da molti mesi quella mamma viaggia su un terreno di emancipazione, se non proprio di guarigione dalla nostalgia. Questi due giorni saranno bellissimi, ma sarà durissimo quando finiranno. Saranno un richimino alla malinconia, a quel senso che, non c'é niente da fare, é proprio cosi': é di grieving. Per la vita di prima, che quella mamma riprenderebbe subito, senza troppi rimpianti nel lasciare le cose di oggi. Oggi quella mamma sa di essere a metà percorso: ci aveva messo 3 anni ad adorare la vita nel paesello medievale. Non l'aveva sempre adorata. Adesso é a metà cammino e per quanto sia duro deve avere fiducia.

Intanto si  incammina verso la gare de Lyon a farsi tanto bene e poi tanto tanto male.

06 April 2014

La torta di compleanno

Il chercheur mi prendeva in giro. E in parte era anche infastidito.
Quanto la fai difficile. Dobbiamo proprio fare una festa di compleanno? E poi devi proprio fare la torta canonica di compleanno? Che te frega? Non puoi fare la torta che fai sempre e buona lì?

Passeranno alla storia alcune battute tra me e lui alla vigilia della festa, in cui passavo in rassegna quello che avrei preparato, come avrei disposto il tavolo, i palloncini che avrei gonfiato. A lui imploravo un po' di collaborazione nell'intrattenere i bambini. Lui che fa sempre lo schivo, lo scocciato, poi arrivano i bimbi e sono tutti attaccati alle sue gonnelle. Lui che -poi, solo poi- pare felice, ma prima deve fare quello tenebroso e difficile. E io a volte sono stanca di non avere supporto in anticipo, anche se poi, quando arriva il dunque, è un supporto eccezionale, bisogna dirlo.Ma prima, finisce che chiedo, un po' in ansia...
Chercher, ti va di organizzare qualche gioco? 
MI aiuterai a gonfiare i palloncini? 
Che dici mettiamo il materassone gonfiabile qui, magari ci saltano sopra?
Ed il chercheur, preoccupato: Non vorrei si divertissero troppo...


Nei giorni precedenti mi guardava sperimentare, scuotendo il capo. Io mi davo pena:
 Riuscirò facilemente a tagliare la torta? Lei ci riusciva.
Cosa ci metto in mezzo? Tra il bisogno di ricongiungermi e quello di distinguere, provo con delle cose un po' pazze (e insensate, col senno di poi): gelato al cocco o yogurt? Alla fine è stato gelato di cocco!
Con cosa ricopro? E giù a provare due ricette simili ma diverse per la glassa, entrambe fatte in due varianti che ne avrebbero cambiato consistenza e colore.
Ricapitolando due glasse, due varianti, due farciture, per un totale di 8 glasse da sperimentare. Chiamiamola deformazione professionale....

Chè io la cooking crisis che mi divora ce l'ho mica per niente, ce l'ho perchè faccio un lavoro che mi tiene in ballo tra timer, forni, bagni maria, cappe, pentoline provette. L'avevo già detto un giorno di tanti anni fa, che evidentemente stavo ovulando, vedendo come è andata poi...
Io mica c'ho voglia di ricominciare daccapo anche a casa. Che poi secondo me tutti i genitori che si prendono la responsabilità di nutrire un piccolo, se poi si mettono persino in testa che sarà svezzato senza l'intervbento di nessuna pappina industriale (se non quella prodotta in quantità industriali ma in casa) un attimo di rigetto al pensiero di cucinare ce l'hanno. Eccome se ce l'hanno, nevvero?
Però per la torta di compleanno m'è scattata la passione.  E le competenze da scienziata sperimentatrice veterana le ho applicate con amore e gioia.



Poi quando è arrivato il giorno di infornare la vera torta,non si era più in fase di ricerca e sperimentazione, si faceva sul serio ed io ero molto concentrata, di un nervosismo positivo. Il chercheur mi ronzava intorno bofonchiando infastidito e allora ho cercato di spiegarglielo. CHe mi ricordo che mia madre quando eravamo piccoli ci faceva queste torte di compleanno, di pan di spagna, tagliato a metà, dentro non mi ricordo che ci metteva, sopra una glassa burrosa e zuccherosa al contempo e poi le fragole e le banane tagliate fini. Una cosa un po' artificiosa, strampalata. Ma fatta con tanto amore, quello ne sono certa. Ricordo le foto di un mio compleanno con quella torta sul tavolo. Che poi invece chissà magari era la prima e unica volta che fece una torta tanto fatta bene. Non so, non ricordo. Insomma per me questa torta di compleanno era un po' un cercare un contatto con Lei. Strampalato, forse inutile, non c'è che dire, ma che per favore si togliesse dai piedi.




 
Poi è arrivato il momento degli ospiti. Le preoccupazioni su scenari di inferno che avevamo vissuto altrove e temevo come la peste si sono dimostrate infondate. Almeno fino ad un certo punto cruciale... Avevo deciso molto saggiamente di eliminare tutti i giocattoli dotati di ruote: macchinine, trenini, camion, trattori, moto e biciclette, che alla fin fine sono quelli per cui quei piccoletti si accapigliano sempre. Ho lasciato peluche, bamboline, mi pare i lego, ma non ricordo più. COme a dire se volete giocare vi inventate qualcosa di nuovo e alternativo. La cosa ha funzionato
Il controllo positivo (deformazione professionale) si è manifestato all'apertura dei regali. Uno dei quali era un pomposissimo garage per le macchinine (che non abbiamo ancora montato) e 6 bellissime macchinine annesse. Si è scatenato il putiferio!!! Finchè con abili mosse siamo riusciti a distogliere l'attenzione e a farle sparire. La calma è stata ripristinata.




Dopo un po' il chercheur (quello che poi è eccezionale) è andato a prendere il materassone e tutti e 5 i bimbi ci hanno saltato tantissimo su e fatto le capriole. Poi a fine serata ci si sono sdraiati sopra e gli ho letto un libro che hanno molto apprezzato. E' stato proprio un bel momento!



La Torta
Magnifica nelle sue imperfezioni, bellissima e per me commovente.

Stiamo andando alla terza festa di compleanno, quella del bimbo morsicatore. Dopo 2 mesi dalla torta di compleanno, è ora di pubblicare questo post, che ci sia di buon augurio!!!

05 April 2014

la bamboccia

Dice che è come se l'adulta si portasse appresso quella bimba di 4 anni.
Quella stessa bimba che aveva davanti agli occhi cose difficili da capire e nessuno mai neanche ci provava a spiegargliele. Nessuno, così almeno pare alla lei adulta, si abbassò mai a guardarla negli occhi a darle una qualche spiegazione. 

Fu così che un giorno, doveva avere 9 anni, come riesce ad evincere da alcuni elementi incrociati, la maestra Silvia, che era buona come il pane, dolce come il miele e soffriva di terribili emicranie, teneva in grembo Saria Corbata (nome di fantasia). Dovette accadere che la bamboccia, che non aveva più quattro anni, ma che già da diversi viveva in un mutismo di spiegazioni, chiedesse alla maestra d essere presa in grembo a sua volta. Silvia pane e miele disse alla bimba di portare pazienza chè Saria era molto triste perchè suo padre era via per lavoro.

Il padre della bambina novenne, che chissà se già da allora si portava appresso una bamboccetta più piccola, era via per lavoro, esattamente nei giorni di questa storia. In quel periodo, e lo fece per nove mesi, stava in trasferta per tre settimane e poi tornava a casa per una. Ai tempi la bamboccia aveva un rapporto tenero con suo padre, doveva essere molto triste.

Nonostante avesse le stesse motivazioni di Saria per essere coccolata, la bimba si chiuse in un mutismo assoluto, lei e la sua sofferenza, pensando che era una grande ingiustizia.


L'adulta ha dimenticato quasi tutto della vita precedente al suo primissimo espatrio. Quando tutta la famiglia e la bimba di ormai 10 anni seguirono il padre in trasferta. La lontananza dai luoghi e dalle persone non ha rinnovato i ricordi, non li ha tenuti vivi. Eppure il viso di Silvia di miele e Saria Corbata, novenne anch'essa, capelli biondi dritti, labbra sottili,  sono intarsiati nella sua memoria. Non che l'episodio possa aver rappresentato quel grande trauma, per lo meno rispetto ad altre cose, che deve aver rimosso, non c'è altra spiegazione. Perchè ricordarsi proprio di quell'abbraccio negato?


Dice che ora in tutte le relazioni, la bimba di quattro anni prende il sopravvento e vorrebbe essere consolata, un po' come quella volta. Quella bambina che non capiva cosa stava succedendo, eppure per solidarietà  con le persone che amava, e per emulazione, taceva il suo soffrire.

Quella bambina ha messo un muro tra sè e gli altri impedendo a tutti di entrare davvero. Quella bambina è rimasta in attesa che qualcuno la vada a salvare.


Dice, l'ultima matrioska, che l'adulta deve trovare il modo di consolare quella bimba piccola. Il fatto è che ad ascoltare il suo pianto si direbbe che sia inconsolabile.

camminando per il centro di Montepello, questa mattina, in tanti si sono imbattutti in una donna molto triste, che portava stretta in braccio una bimba piccola  in lacrime.

29 March 2014

La titolare

Bocca serrata e sottile, i cui lati puntano verso il basso. Anche lei mi ricorda mia madre, mia madre nei momenti no. La titolare solo a fotografarla, solo ad immortalare quell'espressione quasi terrorizzata, sembra schiacciata dalla vita. Le voci pettegole che si sentono fanno il resto nel dipingere intorno a lei un'aria di sofferenza e fatica. Ma è una fotografia sbiadita, vuota e ormai  irreale, probabilmente di un tempo che fu.

La titolare ha un figlio autistico e un passato di sofferenza marchiato in quella piega delle labbra, sussurrato dalle voci di corridoio.

Pare che tenda a far pesare agli altri i suoi problemi, aveva detto una voce petulante.
Certo è che ha davvero un'aria fragile ho osservato io prima di conoscerla, prima di sorprendermi delle sue battute ciniche e taglienti. Prima di rimanere sbalordita che da quella fotografia in tristezza e sofferenza saltassero fuori una fermezza e una determinazioni incredibili.

E' arrivata da noi a giugno dell'anno scorso, il giorno prima Squabus giocava a calcetto e si domandava come sarebbe stato averla come collega. In mezzo alla schiera di titolari indolenti e scansafatiche, non contenta di dove stava, lei aveva chiesto di cambiare gruppo, rischiando di macchiare, in un certo qual senso il suo cammino professionale. Poteva perdere o guadagnare tutto. E non so fino a che punto è cambiato il suo scenario interiore, non so fino a che punto vede un miglioramento nella sua vita, glielo dovrò chiedere, sono molto curiosa.

E' arrivata un po' schiva e timida, continuando a bere caffè con le persone di prima, nè dell'ex gruppo nè del nuovo. Si è guardata intorno circospetta, come tastando il terreno con attenzione prima di appoggiare il piede. Come chi si è vista sprofondare troppe volte nelle relazioni umane o come chi è irrimediabilemnte paranoico. Il dubbio è forte tutte le volte che mi dice "questo è un covo di serpi", raccontandomi tal o tal altra vicenda, come una lugubre novella 2000. Devo dire che del suo personaggio un po' mi insospettisce quel suo vedere tutto nero e cattivo, accanto all'avermi detto più di una volta che quando doveva decidere in che gruppo andare e poi decise per il nostro non sapeva che c'ero io. Lei lo sa che il suo arrivo da noi rende vana ogni mia speranza di diventare titolare. Ma chi potrebbe mai pretendere un tal riguardo verso una perfetta sconosciuta?


Ha preparato tutte le soluzioni che le servivano nella vetreria solida e luccicante, ha allineato perfettamente tutte le bottiglie sulla mensola del suo bancone. Ha messo il nastro adesivo colorato su tutte le sue cose, e come si usa ci ha scritto il suo nome, a chiare lettere: TITOLARE. Inizialmente ha scelto il nastro rosso, ma dopo qualche mese tutto è diventato verde. Una piccola insegna, anch'essa di nastro adesivo, campeggia sul suo bancone, scritta blu su fondo verde: ZONE VERTE.  Qualcuno deve averle fatto la battuta oppure lei ne ha fatto perfetta metafora, non era pronta ad affondare quel piede, poi ad un certo punto la fiducia l'ha pervasa e al semaforo è scattato il verde. Me la sono figurata intenta e concentrata a staccare tutti quei pezzetti di nastro rossi e sostituirli diligentemente con quelli verdi. Uno ad uno. La titolare è impressionantemente diligente e ordinata. Organizzata, puntuale. Bravissima.  Tutte cose che io non sarò mai a fondo o senza uno sforzo estremo.


Io - come poterlo negare? - rosico.
Rosico in un modo tutto mio, silenzioso e immobile. Incapace di volere male ad una persona così forte e sofferente. Non potrei fare del male neppure a persone che mi mostrano solo cattiveria e stolido disprezzo e che io ho preso a disprezzare a mia volta, pur con altalenanti sensi di colpa (un tal ingegner so tutto io, per esempio, ma quello è un altro ritratto e di tutt'altro calibro). 
Io davanti alla titolare resto abbagliata e anche un filo turbata.

Dal suo coraggio per esempio. O forse dovrei chiamarlo spirito di abnegazione. Dopo appena qualche mese, si è messa senza troppi teatrini a fare le cose tra le più truculente che si possano immaginare in un laboratorio di ricerca. Cose che però sono importanti e possono portare lontano nella comprensione della Scienza, con la esse maiuscola. Cose per le quali si è guadagnata il rispetto di tutti. Cose che io non riesco a dire, altro che immaginare di fare con le mie mani, o anche solo guardare con i miei occhi. Lei fragile, col suo bagaglio enorme di sofferenza marcato in viso, Lei, senza un lamento, ha preso in mano il bisturi e via.

E' lei che un giorno mi ha detto non c'è niente di peggio di un figlio malato. L'ha detto perchè io stavo alludendo ad altre possibili sofferenze, che non sono puntuali, che non hanno un prima e un dopo, che ti  entrano nell'essere fino a colonizzarlo interamente. Tanto che non sai chi sei e chissà se lo saprai mai. Scenari esistenziali e non, che non si possono dire tanto facilmente a chi non li conosce. Scenari che prima vanno smontati pezzo a pezzo e solo dopo se ne può parlare. Finchè sono così sofferenti, delicati, ci rendono delicati, fragili come cristallo. Ammiro e invidio la capità di parlare dei suoi demoni, significa che è andata oltre. L'allusione quel giorno però si è congelata tra i miei pensieri, finchè è scomparsa, volatilizzata. Delusa perchè non ci sono meglio e peggio nella sofferenza. C'è quel senso di tragedia e quella fragilità di cristallo. Il resto non conta. 
Quella stessa sera, quell'allusione volatilizzata mi si è ripresentata sulle labbra nella conversazione con un'altra persona. Mi sono tradita, poi mi sono pentita e non mi sento bene al pensiero di avere lasciato un pezzo di me vagare per menti altrui, senza la mia supervisione.

Molte persone credono -o si comportano come se credessero- che la sofferenza è solo una cosa terribile che ti succede ad un certo punto. Il fatto è che tu riesci o non riesci a fare fronte, a seconda di chi sei stato fino a quel giorno. Io resto sbalordita dall'inconsapevole arroganza di chi crede di essere forte perchè è riuscito a superare un evento difficile. La forza c'era prima, ed è un merito personale fino ad un certo punto, la tragedia certamente serve da filtro. O da palcoscenico.  

Io mi rispecchio invece in tutti coloro che sono cresciuti difettosi. Giorno dopo giorno nel difetto, fin dal principio o quasi. Che non significa che quella forza non ci sarà, un giorno, non significa affatto mollare. La forza verrà allenata, muscolo per muscolo, con fatica.
Significa però che verrà allenata in solitaria, davanti ad un pubblico che ci crede fragili punto, senza ragione. O forse per pigrizia, stupidità, insensatezza, masochismo.
Noi attori silenziosi, soli e incompresi di uno spettacolo criptico e inintellegibile.

Finchè non riusciremo a parlarne.

18 March 2014

L'impresaria

Lei è la mamma di Elle, una compagnuccia del nido di Pisti. L'avevo notata fin dalla prima riunione  (quasi appena Pisti è entrato, la prima di due, in un anno e mezzo, ma è normale??). Non so, mi ispirava, sentivo le antennine che vibravano. Nella breve presentazione iniziale saltò fuori che sia lei che il compagno (erano gli unici presenti in coppia, cosa che mi piacque molto) lavoravano in un istituto di ricerca. Proprio come noi.

Iniziai a corteggiarla, non proprio con quel trasporto, ma insomma sì a corteggiarla. Avevamo gli stessi orari e quindi ci incrociavamo abbastanza spesso in fase vestimento marmocchi, io buttavo lì due tre parole, ma lei non raccoglieva. Forse apparivo troppo tesa e disperata, perchè appena ho smesso di provarci, è stata lei a flirtare con me. O forse bisogna avere pazienza che le fasi siano in risonanza...


Una mattina, appena uscita di casa in bicicletta, girato l'angolo, la vedo uscire da un cancello, anche lei in bicicletta. Quindi vive a Sans âme anche lei!! Chiacchieriamo e scopriamo che sia lei che il compagno lavorano nell'istituto affianco al mio (nonchè di fronte a quello del chercheur). E hanno una logistica molto simile alla nostra a quella che avevamo noi (tranne che loro non sono così pedanti e fanno scambio bici-macchina sul lavoro). Gli stessi orari, lo stesso lavoro, le stesse aspirazioni professionali. Insomma sono i nostri alter ego, più giovani però.


In effetti sono qualche anno più giovani di noi, lui è in post doc, vorrebbero fare un esperienza negli States. Lei lavora come supporto alla ricerca, come me, con già diversi anni di contratti a tempo determinato, rinnovati uno dopo l'altro. Iniziano ad essere troppi secondo la legge, tanti che il contratto che era in corso quando siamo conosciute, terminerà dopo qualche mese senza speranza di essere rinnovato. Per in inciso quella del mondo del precariato nella ricerca francese è una realtà dura e contraddittoria, segnata da una legge - la loi Sauvadet - che sta terrorizzando tutti noi panchinari.


Passano i mesi, io e Lei, ci scambiamo messaggi, ci vediamo un paio di volte dopo il nido, si chiacchiera, ma ad essere franchi non c'è passionissima, nonostante le tante cose in comune. Loro hanno i loro amici e colleghi, una vita sociale ingranata, famiglia a breve distanza che vanno a trovare regolarmente nei week end. Qualche settimana fa ci rincrociamo al nido dopo un lungo periodo. Lei è disoccupata da un mese. Si è iscritta al collocamento, che in Francia è un'istituzione molto seria, si chiamava anpe ai tempi del mio primo espatrio francese, ora si chiama pôle emploi. Non dovesse nel frattempo trovare un altro lavoro percepirà fino ad una durata massima di due anni (mi pare, verificherò) un sussidio pari all'80% del suo salario.

Ha chiesto un bilancio di competenze e sta seguendo una formazione sulla creazione d'impresa alla camera di commercio. Dice che ha avuto un'idea e che le consigliano di brevettarla e di non dirla a nessuno. Io muoio di curiosità e dovrò aspettare per sentire di che si tratta.

Ma soprattutto è dimagrita, rifiorita, allegra, sorridente, ha iniziatro ad arrivare al nido con i capelli in piega, oppure truccata sui tacchi con una camicetta svolazzante. E mi dice:
- Sai, la cosa più sconvolgente? Col mio compagno va molto meglio. 
- Ah perchè non andava bene? 
- Io mica me ne rendevo conto prima, ma ora che vedo la differenza direi proprio di si. Quando lavoravo, tornati a casa: cucina, pappa, poi tutti al computer in silenzio. Ora parliamo.


Racconto le sue avventure al chercheur che mi dice Brava! Ma allora vuole fare l'impresaria!!? A parte il compatimento per noi poveri italici che stiamo perdendo la lingua madre, brava sì l'Impresaria, con la sua idea, il suo entusiasmo e i suoi corsi di formazione, che si è rimessa in pista. Poi magari è una grossa sòla, a me la curioistà l'ha messa, insieme a un po' di meravigliata contentezza che forse qualcosa di nuovo è possibile farlo. Stiamo a vedere.




Altri racconti di gente di Francia:

08 March 2014

Risorse preziose, la lista

Ehm
Buongiorno
...
Permesso
C'è nessuno?
...
No, si, lo so, ma non sono sicura, certissima, ma forse si.
...
No è che sono stata un attimo in un pozzo nero e profondo.
L'ultimo post in bozza, luuuuuungo come al solito e bigio pesto, non mi somiglia più tanto.
E allora c'ho il famigerato, ricorrente, blocco.
Mi sento imbalsamata
...
Come si fa?
Mi ci vuole un po' di riscaldamento, un po' di finta noncuranza, una lista, quelle funzionano bene di solito a rompere il blocco e tornare nella mischia.
Far finta di far finta di niente, ma con più convinzione
Molto lineare, no?
Eccome

Un promemoria magari.
Una lista promemoria per il prossimo pozzo in cui cado?

No perchè son caduta in un pozzo parecchio profondo e buio. Non serviva ripetermi che nonostante lo spirito fosse provato da certe cose che mi son trovata ad affrontare, il corpo non stava per nulla rendendo la cosa semplice. Un crollo. Quei crolli che ti costringono a ricordarti che sei un tuttuno, mente e corpo, carne e spirito, anima e cellule. No perchè io me lo dimentico. PUnisco il mio corpo, lo metto in attesa pretendendo soltanto da lui  e mi dimentico che è lui ad essere l'interfaccia, il confine col mondo. Un ruolo per nulla semplice che va coccolato, preservato, protetto, stimolato, amato.
Io me lo dimentico.

Però sono stata brava. Ho cominciato a scalare con convinzione le pareti e sono uscita di lì a guardare il cielo. Poi mi sono seduta sul bordo del pozzo a guardare giù con un sorrisino ancora stanco di sollievo, misto paura di venire risucchiata di nuovo. Ora mi tocca iniziare a camminare per andare da qualche parte di sensato per una buona volta. Come è andata?


Una visita dalla dottoressa che preferisco e la concessione di tre giorni a casa in malattia per ritemprare il fisico a terra come una ruota bucata e riordinare le idee.



Parola magica: Risorse. Cosa posso fare per stare bene o almeno meglio? Che io sono pigra e smemorata. Se ci penso lo so. Il chercheur già rideva, prima ancora che io gli dicessi:
- Ora mi faccio una lista e me l'appendo sul frigo.
- Ah brava fai un file excel con tutti i colori.
- Precisamente. Evidentemente sono distratta e mi dimentico, ho bisogno di un memo sotto gli occhi.
- Invece fanne una subito, senza stare lì a pensarci.
- No, no, io oggi che resto a casa malata, io mi faccio la lista


E allora, blogger imbalsamata come mi trovo, ecco qua la lista a pallini di tutte le cose che ho fatto (tutto negli ultimi 15 giorni! sono stata brava, me lo dico da sola) per uscire. La lista delle cose che potrei/dovrei/vorrei fare è più lunga, ed è un'ottima cosa, c'è ancora un sacco di margine. Ma intanto se casco di nuovo in questo o un altro pozzo, qualcuno mi costringa a fare una o più di queste cose, anche contro la mia volontà...


Quindi ecco come ho ho flirtato con l'energia mancante per tirare fuori ogni Risorsa possibile:
  • Ho cercato e trovato una signora che venga a fare le pulizie il venerdì per iniziare il week end con dell'ordine intorno. Trovata su Leboncoin, vive a Sans âme a 200m da casa mia e pare un portento, ho il sospetto che mi sia stata mandata dal cielo e che il cielo non voglia che io me ne vada da Sans âme
  • Il solletico. Mi sono accorta che avevo smesso e invece ho ripreso la routine di solletico al Pistacchio due-tre volte al giorno.
  • I massaggi con l'olio di calendula, sempre al suddetto piccolo individuo, perchè fare bene a lui è uguale a fare bene a me
  • Magnesio
  • Pasticchette di erbe per dormire (valeriana, passiflora, Crataegus, Ballotta nigra)
  • Pappa reale
  • Tisane rilassanti e tonificanti
  • Una visita dall'osteopata, ma un altro
  • Appena il fisico ha recuperato, camminate e pedalate
  • Supermild yoga: 4-6 saluti al sole ogni mattina (uno spettacolo che si è ripetuto miracolosamente ogni mattina per una settimana e che voglio raccontare)
  • Una pizza fuori a due famiglie, prendendo contatto con una persona del paesello ritrovata qui che ha una storia fortissima
  • Un taglio di capelli, ma quanto è importante la sensazione che viene dalla testa? Me lo dimentico...
  • Una passeggiata da sola in Centre Ville (dovrebbe essere prescritto dal medico)
  • Due maglioncini e due sciarpine colorate nuove
  • Un pranzo al sole con due quasi amiche
  • Una domenica mattina, tutti in piscina 
  • Uno o due playtime prima di cena con l'amichetta del nido di Pisti (una manna dal cielo)
  • Un bicchiere di vino a casa della di lei mamma (che se riesco a finire di scrivere il post a lei dedicato, si chiamerebbe l'Impresaria)
  • 15 minuti scarsi ma preziosi dalla mia estetista adorata e a  Sans âme
  • Qualche brevissima ma intensa email scritta con un po' di leggerezza, senza pensare
  • Tre biglietti d'aereo per una settimana a Lisbona, un matrimonio, tanti amici olandici (e due italiani). Il positivo di avere una marea di amici di innumerevoli vite passate che non sono a portata di abbraccio, che mancano da togliere il fiato, ma che ti fanno viaggiare. 
  • Tante telefonate di ricerca casa, oggi andiamo a visitarne una, dopo una lunga pausa
  • Musica da ballare, la playlist Inno all'energia è stata rispolverata
  • Un film molto dolce (About time), consigliato via uazzap da Spilunga, che poi mi chiede di tradurle il Mondo e io lo faccio ed è difficile, ma carino
  • Musica da cantare a squarciagola, Il Mondo incluso che è una canzone bellissima. E ce ne vorrebbe di più di musica, cantare fa bene allo spirito!

Tocca a voi!
Mi dite le piccole grandi cose che fanno stare bene voi? Che spingono l'interruttore del buonumore, che fate spesso o non fate mai, ma a pensarci bene quando le fate tutto è più luminoso?

Mi fate un piccolo regalo? Mi dite un film, un libro che metton oil buonumore, ma soprattutto una canzone cantabilissima e allegrissima che la cantate e vi rende felici?


 E' tutto per oggi, un caro saluto da Motivascional Squa, imbalsamata ma allegra e fischiettante di ritrovato buonumore


16 February 2014

Metti un Pistacchio, una forse otite, un nonno, una squa

avevo progetti, desideri, per Squabus oggi, sapevano di foto di torte e racconti di feste di compleanno.  
Invece...


Invece c'è una radio di sottofondo che mi disturba, per questo ho le cuffie nelle orecchie, ci ho messo dentro Elisa, ho un po' di stanchezza, un chercheur volato oltreoceano per una settimana ad una nuova conferenza di scienziati, un Pistacchio febbricitante con una forse otite, ma forse no, un nonno che mi da una mano. Questa volta è venuto senza la zia Susanna -e si sente- si è fatto un biglietto di due settimane... quando me l'ha detto mi sono sentita deglutire... 


Mi ricorderò la prossima volta che forse è meglio che faccio da sola? Invece poi mi incarto sempre, tra il timore di un'emergenza, il volerlo far sentire utile. E mi ritrovo incastrata ed irritata. Che poi dai va persino meglio di quanto temessi, almeno si trovano abbastanza tra loro due. Venerdì, quando è iniziata la febbre, mi sono fatta coraggio e li ho lasciati soli dalle 9 alle 12, sono tornata per pranzo (evviva i 5 minuti di bici dal lavoro), l'ho messo a nanna e poi di nuovo soli dalle 13.30 alle 16.30, che poi tecnicamente ha rappresentato appena una mezzoretta, perchè ha dormito tutto il tempo. Domani e forse pure dopo ci toccherà bissare. In fondo poi se a quei due fa piacere, chi sono io per non farli restare da soli un pochetto. Chi sono io per non fidarmi? Per avere paura? Per sentirmi per niente tranquilla...
Sono io che non mi trovo. Pistacchio riesce a prendere il meglio di lui, senza alcun problema.  Io invece guardo quest'uomo e mi dico, ma io come ho fatto a crescere con un padre (ed una madre) così? A tratti mi scoppia da ridere, amaramente, certo... Assertività zero, nevrastenia mal celata, incapacità di farsi del bene, incapacità di solitudine costruttiva. Insicurezza.  E con questo panorama mi stresso, non mi sento per niente bene, e soprattutot provo una pena infinita. ma in fondo tocco con mano quanta strada ho fatto lontano da questo modello  (ma pure quanta ancora ne ho da fare).


Penso  e ripenso a questa cosa che mi sono detta giorni fa: Si diceva che le persone sono specchi, che ci restituiscono un'immagine che possiamo apprezzare o meno. Ma è una grossa balla. Possiamo scegliere ogni giorno, ogni minuto, il palcoscenico su cui salire. Se curveremo le spalle, il mondo ci tratterà da paria. Se saremo fieri, ambiziosi e ci rispetteremo, tutti ci rispetteranno. Non esiste altra cosa più importante del rispetto di sè.  Siamo noi stessi lo specchio dei nostri pensieri, motivazioni e il motore di come ci considereranno gli altri.

Poi penso alla titolare che un giorno m'ha detto non c'è niente di peggio di un figlio malato. Io l'ho guardata dritta negli occhi, ma poi li ho abbassati e ho guardato altrove. 


Penso a quel delicato, meraviglioso meccanismo di quando le persone raccontano i loro problemi. Ci sono le mazzate che ad un certo punto la vita piazza sulla strada E poi ci sono armadi dentro ai quali la vita rinchiude, giorno dopo giorno un poco di più. Ci sono-molto semplicisticamente- due categorie di persone, mi sembra. Quelle che ce la fanno e quelle che no. Quelle che ci rimangono sotto e quelle che si dibattono fino a passare sopra. Quelle che il loro dolore ce la fanno a dirlo e riescono a farsi aiutare. Quelli che no. Però la cosa meravigliosa è che ora ci credo che gli uni possano diventare gli altri, in entrambe le direzioni purtroppo. 

Quanta voglia di farcela. Mi commuovo da sola.

Ecco poi, giusto in mezzo a parole inevitabilmente sconclusionate,  arriva quella canzone lì e io mi squasso, che non esiste come verbo, perchè non lo so dire cosa mi prende. Come si fa a stare dritti ascoltando questa canzone? Come si fa a stare in piedi e a non accartocciarsi? Non è una canzone ascoltabile in pubblico. Impossibile.

06 February 2014

in cantiere con una matrioska blu tra le mani

Vorrei una stanza piccola e lontana, con una scrivania e un divanetto comodo e una finestra da cui vedere la luce che arriva al mattino. Piccola perchè sembri il rifugio che sarebbe per i miei risvegli antelucani, appunto. Lontana perchè il ticchettio dei miei pensieri non svegli nessuno - e soprattutto quello piccolo che è diventato tremendamente mattiniero, anche lui. E da allora io sono ostaggio del silenzio e del buio e i miei pensieri non sono liberi di vagare. Mi manco molto.

E quindi vorrei un po' di silenzio, un po' di tempo, un po' di spazio. Vorrei un bimbo che dorme fino alle 8. Volendo sognare, sogno una finestra sul mare.


Ho fatto delle cose dannatamente importanti questo gennaio. Ora mi ci vuole la massima concentrazione e taaaaaaaanta buona volonta per continuare a posare un mattone dietro l'altro e non abbandonare il cantiere. Questo gennaio è stato carico di cose. Non mi lamenterò più di leggere e sentire quanti propositi fanno le persone, finchè sentirò  intorno a me la precisa e sana buona volontà di fare davvero succedere le cose. E l'ho sentita, sono stata tirata in mezzo ed è stato bello. Ho visto gente, ho fatto cose, sono quasi a posto per tutto l'anno a  venire, se confronto con quello passato.  

Io ho fatto uno ed un solo proposito per il 2014, nome in codice matrioska blu. L'ho tenuto per me, per una sorta di scaramanzia. Avevo immaginato di metterci questa foto accanto al proposito. L'avrei rubata e sono sicura che a Daniele non sarebbe dispiaciuto . Quando ho letto quel tweet io ho pianto, dannata fontana rotta, perchè era quello e solo quello l'augurio che bisognava farmi.


Un giorno, una settimana fa, mi sono data malata, ho scritto questo, e dell'altro che ho lasciato in un cassetto, poi ho chiuso i computer e ho fatto delle telefonate molto importanti. Ho preso i primissimi appuntamenti per cercare casa. Nella stessa giornata ho rischiato di vuotare l'ultimo scatolone dell'ultimo trasloco. Sarebbe stato un bel simbolo.

Ma, soprattutto, ho chiamato la porta potenziale per uno strato oltre della matrioska. Ho sorriso perchè la candidata-porta riceve a Sans âme, ma anche nel Centre Ville, credo che questo dettaglio mi abbia galvanizzato. Sicuro mi ha messo di buonumore. La incontrerò domani, a Sans âme, e dire che sono emozionata non è abbastanza. Ho cercato di fare mente locale e pensare da dove iniziare. Da mia madre, forse. Ma dalla sua morte o dalla sua vita? Dalla depressione bianca? Da qualche parte bisogna iniziare. E' tutta la settimana che rifletto.

Però ecco ora sta a me. Sta a me organzizzare un appraisal col mio capo. Sta a me riflettere su tutte le volte che non alzo la mano. Sta a me continuare a cercare casa ed il filo dei circoli virtuosi di cui ho molto bisogno. 

Sta a me parlare con la mia matrioska blu e non già scrivere...

nome in codice matrioska blu

04 February 2014

don't leave before you leave

Il chercheur mi ha consigliato -insistentemente- di guardare questo TED talk, puntualmente mi ci addormentavo davanti e lui si spazientiva: guardalo, resisti che è importante. Ieri ce l'ho fatta e lo condivido con voi. Lo dedico soprattutto a Robin nel nido, -non perchè ci sia un qualche messaggio specifico che penso sia indirrizato a lei- ma perchè credo che siano parole interessanti. In realtà per Robin oggi volevo postare le domande dell'appraisal olandese ma non ci sono riuscita.


Potete anche ritrovare il video seguendo questo link e scegliere i sottotitoli o il doppiaggio nella lingua che preferite e anche il testo, che riporto qui sotto in inglese (il grassetto, le sottolineature e i colori sono miei), ma che potete ritrovare anche in italiano sempre seguendo il link.




02 February 2014

liberiamo una ricetta tardiva #liberericette

Volevo partecipare a Liberiamo una ricetta e ho fatto tardi :(

Avevo/ho una ricetta proprio bella. Me la sono fatta passare dalla titolare, che un giorno brava e spavalda come solo una titolare può essere ha portato in ufficio questi muffin mignon al potentissimo gusto di limone, che si chiamano financier. Mi son detta, può essere che resterò panchinara a vita, ma i financiers li saprò fare pure io! Così mi sono cimentata, e seppur io ultimamente in cucina abbia pochissima pazienza, sono venuti buonissimi al primo colpo.

Meglio tardi che mai, l'importante è che questa ricetta deliziosa sia libera, no?


Financiers au citron
Per circa 12 financiers, poi dipende dalla grandezza del pirottino/stampino che usate.

100g burro
50g di polvere di mandorle
120g di zucchero a velo
40g di farina (o maizena per financiers gluten-free)
scorza di mezzo limone (sembrerà poca roba, ma è potentissimo e l'aroma sarà deciso)
3 bianchi d'uovo ***


Preriscaldare il forno a 210°C. Fare fondere il burro a bagnomaria.
Mescolare la polvede di mandorle, lo zucchero a velo, la farina, la scorza di limone. Aggiungere i bianchi d'uovo poco a poco, quindi il burro. Mescolare bene.

Riempire i pirottini o stampini, non fino al bordo, perchè gonfieranno.
Cuocere 15-20 minuti a seconda del forno. Non farli dorare troppo che poi si seccano!

Sono buoni!!!!

Queste titolari sono proprio brave, mannaggia a loro!!


*** con i rossi io faccio una pasqualina, pasta sfoglia, spinaci, ricotta, sale qb... gnam pure quella!


"Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web"