Le persone -alcune persone- dicono di me che sono ingenua. O anche che sono "troppo buona".
Se nelle circistanze in cui queste "definizioni" emergono fossi in un momento di alta autostima (praticamente l'allineamento cosmico per la pace del mondo) io direi invece che sono una persona "giusta". Poi mi rendo anche conto della presunzione di questa definizione. Diciamo che sono una persona a cui viene spontaneo mettersi nei panni degli altri. Mi piace capire il punto di vista anche di chi mi pesta i piedi. Mi piace quando si raggiunge un punto di armonia. Detesto la disarmonia e percepisco cosi' tanto i malumori altrui che diventano facilmente i miei. Mi pare di essere il gigante del miglio verde. Allora molto spesso finisce che io perdo il mio punto di vista, lo cedo per il bene comune. La matrioska dice che non solo é del tutto comprensibile, visto il mio vissuto, ma che é stata una delle maniere più sane di costruirmi-nonostante. Certo sono consolazioni, ma fino ad un certo punto.
Tornando al troppo buona o ingenua. Io mi sento molto male a sentirmelo dire perché so bene che queste persone in realtà pensano che io sia stupida o debole. Il libro al quale mi sto dedicando con molta passione (Coltivare l'intelligenza relazionale) mi ha fatto pensare ad un possibile nesso comune tra queste persone. Hanno una forte componente narcisistica (esistono solo loro e tutti gli altri sono puro scenario) o machiavellica (gli altri sono un puro strumento per raggiungere i propri fini). Pensare che gli altri possano essere in errore o peggio ancora sbagliati (e non solo io) é un concetto relativamente nuovo per me. Ho sempre creduto nelle buone ragioni degli altri, ho sempre pensato che mi sarebbe semplicemente servito saperle per perdonarli e nell'ignoranza di quali queste ragioni fossero io li perdonavo in partenza. Conoscendo bene le mie buone ragioni, al contrario, sono sempre stata dura con me stessa e i miei errori. Breaking news: Gli altri possono essere sbagliati tanto quanto me e non é normale che sia solo io a mettermi in profondo e costante dubbio e a darmi pena di considerare nel punto di vista altrui. Non a caso riesco a stringere relazioni vere solo con persone che sono in grado di dubitare di sé e non si vergognano di ammetterlo. Persone poco difese e poco "cattive" e aggressive.
Una cosa certa é che non sono mossa solo da quel desiderio idilliaco di armonia. Spesso sono mossa -o piuttosto paralizzata- dalla paura. Paura dei conflitti, paura del dolore. Quando da bambini mio fratello (che per inciso ha una forte componente machiavellica ...e di me dice che sono troppo buona!!) me le dava (e da più grandi me le dava metaforicamente, usandomi senza ritegno) io non reagivo. La cosa che più detestavo era quando mi metteva la testa nell'incavo del divano. Un divano bellissimo di pelle nera, pezzo di design da mia madre prima adorato e poi devastato. Un oggetto meraviglioso che avrei voluto fare mio ma che mio padre ha buttato via dopo la sua morte. Lo ho adorato, nonostante la paura che ci associavo da bambina. Detestavo essere costretta li' e a tuttoggi quell'immagine e la sensazione che la accompagnava mi perseguitano insieme al suo potere metaforico. E allora se iniziava a darmele io non rispondevo, purché la smettesse e purché non si arrivasse al divano. Io sentivo solo il divano nell'aria e immaginavo che se non lo facevo arrabbiare di più forse riuscivo a scamparla.
Ultimamente mi sono messa a sperimentare nuove modalità. Mi faccio grande e dico dei grandi no, nell'intento di chiarire che non mi lascero' sopraffare. Quando pero' il fratello maggiore del momento me le da più forte, mi prende uno sconforto profondo e doloroso che mi lascia ancora più inerme e spaventata.
E allora forse mi sono costruita questa grossa balla della giustizia e armonia, ma la verità vera é che sono debole e terrorizzata che gli altri menino più forte.
